Anam, il senzanome (2004)

A society that doesn’t smile is an unhappy society.

-Tiziano Terzani „Anam, il senzanome”

Film „Anam, il senzanome. L’ultima intervista a Tiziano Terzani” z 2004 roku

Film z angielskimi napisami na youtube:

Reżyser: Mario Zanot
Długość: 54’
Tytuł polski: Anam, bezimienny. Ostatni wywiad z Tiziano Terzanim
Tytuł angielski: Anam, the One with No Name. The Last Interview with Tiziano Terzani

Film bez napisów:

http://vimeo.com/23033980

 

Włoskie napisy [bez ostatnich 14 minut]

(Italian subtitles, without the last 14 minutes):

#1:

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Tiziano Terzani è stato uno dei più grandi giornalisti del nostro secolo.
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Ha visto la cacciata degli americani dal Vietnam
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e l’ingresso dei vietcong a Saigon.
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Nel 1984 è stato espulso dalla Cina per attività controrivoluzionarie,
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aveva aspramente criticato il regime di Deng Xiaoping.
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In Cambogia
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è scampato alla fucilazione da parte dei Khmer rossi.
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Ha visto la caduta dell’Impero sovietico.
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Nei suoi trent’anni trascorsi in Asia
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ha saputo restituirci la magia dell’oriente, quella magia che sta scomparendo
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travolta dalla globalizzazione.
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Ha documentato le miserie, le grandezze dell’uomo con rigore
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e sensibilità in articoli e libri tradotti in tutto il mondo.
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È un uomo realizzato, circondato da una famiglia che adora.
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La sua è una vita felice
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fino a quella sera in cui in un ospedale per un normale controllo
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si sente dire “Signor Terzani, lei ha un tumore”.
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Uno? Ne ho vari!
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Un po’ di qua, un po’ di là. Ma la cosa divertente è che ci convivo da 7 anni.
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Beh, non credo che durerà molto a lungo ma
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la cosa curiosa, la cosa interessante, è che io
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e quelli siamo una cosa sola
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e sarebbe stupido pensare che loro
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ammazzano me, io ammazzo loro. Ce ne andremo insieme
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perché siamo cresciuti insieme. Per me questo cancro è stato
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una grande benedizione perché ero ricaduto nella routine della vita
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e questo cancro, pam, mi ha salvato.
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Perché finalmente all’invito di un ambasciatore a cena,
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a una conferenza stampa, a un viaggio a cui non ero
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più interessato, potevo sottrarmi: io c’ho il cancro.
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Il cancro è diventato una sorta di scudo, di barriera
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di divisione tra me e il mondo da cui volevo staccarmi. Ero vissuto in Asia già allora
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quasi 30 anni, ma quando si è trattato di scegliere cosa fare
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non è che mi sono affidato a uno col pendolo o all’altro
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con delle pozioni di erbe magiche
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raccolte nella foresta al lume di luna.
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Sono andato nel più grande centro di cancro del mondo
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e mi sono affidato alla ragione, alla scienza
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della quale conoscevo bene i limiti, e durante la terapia
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questi limiti sono saltati agli occhi, però ho fatto questo.
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Però bravi, bravi. A loro modo bravi. Non devo
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assolutamente disprezzare il loro lavoro. Tutto sommato
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mi han tenuto a giro ancora per 7 anni, lo debbo a loro.
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Quello che invece dico mi pesava, e che è una vecchia storia tra me e l’America…
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Allora se tu pensi che io laureato alla scuola
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Normale di Pisa eccetera eccetera, lavoro all’Olivetti
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perché ho bisogno di campar mia moglie, siamo poveri.
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Riesco a scappare dopo 5 anni e dove vado
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a rifarmi una verginità, ad imparare il cinese che volevo
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imparare per andare a lavorare in Cina come giornalista? A New York.
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Allora già una volta New York mi aveva salvato
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e di nuovo torno in questa città meravigliosa
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e orribile, della sua violenza,
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per cercare la salvezza. E questa
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contraddizione l’ho sentita forte, molto forte.
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Perché in fondo c’era qualcosa
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di ideologicamente sbagliato in quel che facevo.
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Cioè disprezzavo questa macchina di guerra,
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di violenza, che l’America è. Per cui così come
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è una grande macchina di guerra, è anche una grande macchina di guerra
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contro il cancro. Ed io, pur disprezzando un aspetto,
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andavo lì e mi facevo curare da questi qua.
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Infatti mi è piaciuto molto la fine, dopo tutti questi anni,
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quando sono andato per l’ultima visita e mi han detto che
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non c’era più niente da fare. Mi volevano fare la chemioterapia,
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ho detto “mamma mia, niente” e ho trovato che la migliore cosa
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che potevo fare era tornare a vivere in pace nella mia baita
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senza più medicine, senza più contraddizioni,
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senza più questo senso che andava a chiedere aiuto a qualcuno che
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poi disprezzavo per altri versi. E ho passato forse
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il periodo più bello della mia vita.
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Non ho voluto nessuno.
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Persino questa mia meravigliosa e generosissima moglie;
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mi ha capito. Ci sono momenti nella vita in cui certe cose
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si affrontano da soli. Non si può essere in compagnia
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a soffrire della sofferenza di chi ti guarda. Cose incredibili:
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io che ho sempre adorato i film dell’orrore, sai quelli con le porte
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che scricchiolano, quelli con le pugnalate, mi facevano paura.
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Per cui anche la mia psicologia, la mia..
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A parte il mio palato che non sentiva più niente.
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Ma tutte queste mutazioni le trovavo interessanti.
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Ho girato New York per mesi, grandi camminate cercando di
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mantenermi in forma, cercando di ossigenare il mio corpo che era distrutto
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prima dalla chemioterapia e poi dalla radioterapia.
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Questa macchina,
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la ragna come l’ho chiamata, che era buffissima.
6:50
Stavo in questa stanza piena di luci stranissime, con questa testa
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di questo mostro, tonda, con tutte luci.
7:00
Poi dicevano “il signor Terzani è pronto?”, dicevo “sì”. Dovevo stare immobile.
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C’era un’armatura in cui dovevo stare esattamente, nemmeno
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respirare più lungo perché i bombardamenti dovevano andare là
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dove dovevano andare non negli organi sani. “Il signor Terzani è pronto?”.
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“Sì!” e scappavano tutti. Chiudevano con le porte blindate,
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porca miseria, e io rimanevo lì nelle mani di questa ragna
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che cominciava a fare „tzu tzu”, poi girava,
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si metteva da una parte „tzu tzu”, poi sotto „tzu tzu”
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con queste luci rosse: una tortura. Però anche lì
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incuriosiva, no? Se tu pensi che si dice che
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non bisogna farsi troppe radiografie quando si va dal dentista
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perché una sola, che è 3 mega qualcosa.
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Io ne ho fatte più di tre mila,
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ti immagini! Ero radioattivo quando ho finito.
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Ho tenuto un diario
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di tutte le mutazioni che subivo a causa della chemioterapia
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in particolare. Entravo nel bagno, guardavo allo specchio e c’era uno
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che mi sorrideva, ma non ero io.
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Glabro, senza capelli, gonfio di chemioterapia
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e mi faceva il sorriso. Ma chi è questo qui?
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Dopo è cominciata la grande avventura perché mi sono
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messo a cercare dapprima una medicina; cioè dicendo, va be’,
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si parla sempre di tante medicine alternative,
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la pranoterapia, le erbe,
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il reiki, i guaritori filippini…
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Poi, strada facendo, e io adoro
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viaggiare è il mio modo di reagire a tutto anche a questo ho reagito viaggiando,
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mettendomi sulla strada, vivendo delle avventure,
8:50
sono reso conto che in verità non volevo una medicina
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per il mio cancro, volevo una medicina per
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quella malattia che è di tutti, che non è il cancro: la mortalità.
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E questo mi ha dato la grande occasione di fare un salto
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di qualità, di cercare di abbandonare
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la materialità di questo corpo con tutti i suoi acciacchi,
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i suoi urti di vomito, i suoi problemi, e cercare
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di raggiungere un altro livello. Che c’è quest’altro livello; bisogna capirlo,
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bisogna trovarlo. Che è quello dello spirito, cioè,
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andare un po’ in là.

#2:

0:01
Sono partito non cercando una cura
0:04
ma cercando qualcosa che potesse aiutarmi.
0:08
Cose curiose ne ho fatte di tutti i colori:
0:11
lavaggio del colon, 10 giorni in un’isoletta
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della Thailandia con digiuni
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completi e clisteri di 18 litri al giorno
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2 volte, poi sono stato dai guaritori filippini
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quelli che tolgono sangue, budelline di pollo
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dalle tue interiora.
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Un’altra grande esperienza che ho fatto è quella
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in questa grande… più famoso ospedale ayurvedico
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dove sono arrivato, la cosa che più mi aveva colpito era l’elefante:
0:47
c’era un elefante nel cortile!
0:49
E ogni giorno c’era una cosa stupenda, calava il sole e cominciava
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un teatro meraviglioso fino all’alba
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con suoni di cimbali, barriti di elefanti,
1:01
balli, strane danze che erano parte della cura
1:07
perché i malati assistevano a questo spettacolo
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degli dei venuti sulla Terra
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come parte della loro terapia e infatti
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il grande Ippocrate,
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il grande medico, che toglieva i pazienti dalla loro vita quotidiana,
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li portava sull’isola di Kos isolati dal mondo,
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primo passo importantissimo verso una forma di guarigione,
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perché la malattia è prodotta dal modo con cui viviamo,
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da quello che mangiamo, dalla gente che vediamo, dalle persone che odiamo,
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dai mestieri assurdi che facciamo che ci frustano.
1:50
E che cos’era parte della cura a parte
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il digiuno, le diete, i massaggi?
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Vedere almeno 3 tragedie e una commedia.
2:00
La senti la saggezza che c’era in tutto questo.
2:18
In questo posto per esempio ho incontrato
2:20
questo medico carinissimo, mi ha visitato
2:23
e poi mi ha fatto una sua specialissima pozione
2:28
che avrebbe dovuto aiutarmi con il sistema immunitario.
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Io sono però fiorentino.
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Quando sono andato nella fabbrica delle medicine,
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stupenda, con dei grandi calderoni
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in cui la gente, al caldo più incredibile,
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ruotava con dei bastoni lunghissimi pozioni di erbe
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che venivano da tutta l’India persino dall’Himalaya eccetera eccetera.
2:52
Lui, molto orgogliosamente, mi ha fatto vedere
2:54
la pozione che preparava per me. Io mi sono avvicinato,
2:58
l’ho annusata e c’aveva un odore sospetto.
3:02
Allora ho chiesto e non volevano rispondere.
3:06
Solo l’ultima sera, quando sono partito, il tipo mi ha spiegato
3:10
che il diluente
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con cui era fatto questo qui era piscio di vacca.
3:16
Ma mi assicurava una vacca sanissima, le allevavano loro ste vacche.
3:21
Ma io fiorentino piglio la pozione di erbe col piscio di vacca?
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Beh, le ho comprate. Le ho pagate poco fra l’altro.
3:30
Le ho tenute con me per un po’di tempo sempre guardandole
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e dicendomi “Le prendo o non le prendo? Le prendo o non le prendo?”
3:37
Ma lì, come in altre occasioni, ho capito una cosa fondamentale
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che è poi l’unica conclusione che posso
3:45
tirare da questo grande viaggio in cerca della cura o qualcosa che ti aiuti.
3:49
Era inutile che la prendessi se non ci credevo;
3:54
perché soltanto la tua mente
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che attribuisce a quella pozione
4:00
un potere di curarti
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dà a quella pozione un valore
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che può essere positivo per te.
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Quando mi è capitato il malanno
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andiamo dal medico del Dalai Lama.
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Sono andato, ho passato giorni ad aspettare perché lui era malato
4:17
e un giorno un’amica inglese che abita lì ad Dharamsala
4:21
dice “Guarda, il medico del Dalai Lama non ti può ancora vedere, però c’è il Karmapa”,
4:25
che è la seconda più importante incarnazione dei Lama tibetani,
4:30
„che fa una cerimonia eccezionale in cui
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dà il potere di lunga vita e di salute a tutti quelli che ci vanno”.
4:37
Porca miseria, era fatto per me! Salute e lunga vita,
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pam: vado dal Karmapa.
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C’erano tanti altri: tibetani, altri stranieri.
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E c’è stata sta cerimonia bellissima fra l’altro.
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Questi vecchi lama „Bahbabahbabah”,
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trombe, questo bel tempio che gli stanno
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costruendo e questo giovane contadino
5:00
con gli zigomi rubizzi
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tutto vestito da Lama. Mi osserva
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e quando gli passo davanti per porgerli il kata,
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questa collana cerimoniale che poi lui ti restituisce benedetta,
5:18
mi ha battuto in testa
5:20
con una statuetta di uno stupa d’oro.
5:24
Pam, un colpo! Madonna mi ha fatto male.
5:26
E poi mi ha dato una pallina grigia
5:32
di zampa, di bale, di orzo tibetano
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quello che loro mettono in maniera schifosa nel
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the col burro. Con le mani fanno ste palline
5:42
e poi le mangiano. Mi da questa pallina grigia,
5:45
poi mi da anche un…
5:50
nastro rosso che devo portare con me per la lunga vita
5:54
e per la protezione. Finita la cerimonia sta pallina non sapevo dove buttarla via,
6:00
perché sta pallina a me… Poi vado fuori
6:03
e mi metto nel sole lì a pensare e
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e vedo questi altri che credevano.
6:11
Questa pallina era per loro la salvezza, questo nastrino rosso.
6:15
E mi son sentito come
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inferiore,
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arrogante. Sempre sta fiorentinità che non puoi
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accettare queste cose, la sai sempre più lunga, sei sempre scettico
6:31
perché questa benedetta Firenze che già a 500 anni
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ha capito tutto, che io mi porto dietro di cui sono
6:40
il veicolo di questa cultura. M’è venuto il complesso.
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Ma come? Tutti questi credono. E allora improvvisamente ho visto
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in questa pallina davvero qualcosa che mi aiutava:
6:51
„Pof” e me la sono mangiata! E ho creduto che quella pallina mi aiutasse.
6:55
Secondo me mi ha aiutato. Allora se tu mi chiedi,
6:59
alla fine di questo viaggio alla ricerca di una cura diciamo
7:03
di qualcosa, l’unica conclusione che ti posso dire…
7:07
le conclusioni sono due. Uno, non esiste cura!
7:12
Non esiste miracolo!
7:14
Sì, i miracoli esistono ma tu devi essere l’artefice del tuo.
7:20
Perché cos’è il miracolo? È quella cosa eccezionale
7:23
che non succede tutti i giorni, quella cosa eccezionale che fa
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sì che tu sei miracolato. Ma chi ti miracola?
7:30
Sei tu che ti miracoli. La cura non esiste, non c’è la cura!
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Perché questa malattia con cui nasciamo, la mortalità,
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è incurabile. Ci sono dei miti in Asia stupendi
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sulla mortalità. Una tribù della Nuova Guinea per esempio
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che viveva nelle palafitte, sai
7:50
quelle case di legno,
7:54
tutte di legno, cacciatori di teste alcuni di questi…
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Avevano scoperto che la mortalità era dovuta al fatto che tutti cacavano.
8:02
E siccome tutti cacavano da queste palafitte
8:06
se non moriva mai nessuno la merda sarebbe arrivata su e sarebbero morti tutti.
8:11
Per cui giustificavano la morte come
8:15
quell’avvenimento che almeno ci salva dal salire della merda.
8:18
Cioè, i miti con cui l’uomo si spiega questa malattia sono infiniti.
8:32
C’avete gli orologi che non vi funzionano,
8:34
le 7 non sono le 6 e mezzo.
8:43
Io mi faccio il mio the.
9:01
– Assaggia questo tè va.
9:02
– Ti ringrazio.
9:04
– Il famoso orologio.
9:05
– Il leggendario orologio di Buddha.
9:08
– L’hanno fatto i russi, i sovietici,
9:10
pensa un po’. L’ho preso nella stazione
9:15
di confine fra la Cina e la Mongolia.
9:34
– Qual è il libro che hai riletto più volte?
9:38
– Ma qui sono libri che non hanno a che fare con la mia vita di oggi,
9:43
non li ho cambiati. Perché erano libri di viaggio.
9:46
E di questi tempi leggo soprattutto poesia,
9:48
guarda chi leggo.

#3:

0:08
Allora questa è stata una cosa che mi ha molto,
0:12
molto affascinato. Sono stato per tre mesi
0:16
in un ashram senza che nessuno
0:20
praticamente sapesse chi ero stato. C’era questo signore che aveva scelto di
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chiamarsi Anam, colui che non ha nome.
0:27
E lo trovo bellissimo dopo una vita spesa a farsi un nome
0:31
finire per non avere nome. Ed ero libero, leggero, nessuno che veniva
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a chiedermi “Lei è Tiziano Terzani? Ma cosa pensa della Cina?”
0:38
„Cosa pensa del Giappone? Cosa crede, Sonia Gandhi diventerà primo ministro?”
0:44
Niente, ero Anam.
0:47
Non si sapeva da dove venivo, dove andavo.
0:50
E questo è stato un buttare alle ortiche
0:54
una cosa, come un vestito che ti sta stretto.
0:58
E libertà, libertà, senso di leggerezza,
1:03
di rinventarsi.
1:16
E lì in India
1:18
ci sono poi cose bellissime. Sono cerimonie di funerale
1:22
in cui tu muori come tale, salti sulla pira
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e quando sei dall’altra parte ti chiami diversamente
1:30
e non hai più passato. E lasci la famiglia e vai nella foresta
1:34
a meditare e a prepararti a un’altra ultima fase,
1:40
che io non saprò e non voglio fare in verità,
1:45
che è quella di abbandonare completamente tutto e
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dedicarsi esclusivamente alla liberazione dell’anima.
1:53
Non voglio fare quest’ultimo passo perché è più grande di me.
1:56
Io, per ritornare al tema che è stato importante nella mia vita,
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mia moglie. Io non posso rinunciare a quest’ultimo
2:05
desiderio. Lo troverei scorretto,
2:08
lo troverei sacrilego quasi; allora
2:13
mi sono fermato alla fase della foresta.
2:16
Ed eccomi qua. Questa è la mia foresta, questo è il mio eremo,
2:21
non sono più nel mondo, non vedo
2:25
più nessuno e vivo
2:29
in questa bella pace che è la pace
2:33
dentro e la pace fuori.
2:42
Vedi, sono andato in paese.
2:46
Ho incontrato il vecchio parroco di questo paese
2:48
che è un uomo carinissimo, 82 anni, e lo conosco da quando
2:53
ero bambino e mi chiamava sempre perché andassi a messa e non ci andavo mai.
2:57
Lei mi spieghi, gli ho detto, scusi, questa del corpo.
3:01
Che voi promettete alla gente che un giorno suonano le trombe
3:04
„Papapa” e tutti riprendono il loro corpo. Quale corpo dico?
3:08
Quello di quando erano bambini o quello di quando erano adolescenti belli o
3:12
di quando come lei, 82 anni, ormai senza capelli, un po’ acciaccato?
3:16
E se tu ci arrivi gobbo? Storpio?
3:20
Ti ridanno quello lì? Ma io ne voglio un altro, scusa.
3:23
E poi abbiam parlato di Dio. Ho detto „Vedi, un’altra cosa
3:29
che secondo me avete sbagliato proprio,
3:32
c’è un errore di fondo nella vostra teologia”. Questa di dire
3:37
che Dio ha fatto l’uomo
3:41
a sua immagine e somiglianza; ma è una balla!
3:44
Non l’ha fatto affatto a sua immagine e somiglianza. È l’uomo
3:48
che ha fatto Dio a sua immagine e somiglianza.
3:52
E gli ha messo la barba, l’ha messo su una nuvola, l’ha messo a giudicare
3:56
e gli ha attribuito tutte le più orribili
4:01
emozioni umane. Questo Dio vendicativo,
4:05
cattivo, che ti guarda sempre.
4:07
Ma tu pensa un po’. Tu commetti un peccato, lo offendi
4:11
questo Dio e lui ti manda in Inferno
4:15
per sempre! Non ti perdona! Per sempre.
4:19
Ma chi c’ha questi sentimenti? L’uomo, l’uomo.
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Vendicativo, cattivo, orribile nei confronti dei suoi simili.
4:28
A me divertiva in America, mi shoccava,
4:31
guardare la televisione che guardavo ogni tanto per
4:34
passare delle ore mentre facevo queste diavolerie.
4:39
Allora, non so, avvenivano fatti come quelli
4:43
della scuola di Columbine su cui meravigliosamente
4:46
ha fatto il film e scritto Micheal Moore.
4:50
L’America si shocca: un bambino entra in una scuola, spara ai compagni
4:54
e l’America si shocca. Tutti scrivono, intervistano gli
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psicologi, chiamano gli psicanalisti
5:02
e „come mai?”. Ma di che si meravigliano?
5:06
Perché come di tu, c’era uno studio che non ricordo esattamente ma
5:10
diceva che uno studio americano… diceva che un bambino
5:13
normale, guardando le sue normali terribili
5:18
lunghe ore di televisione al mondo, ogni anno vede
5:21
4350 assassini, 2300 stupri.
5:26
Per cui c’è da meravigliarsi poi se quello riproduce nella
5:29
sua vita queste cose? Tutta la nostra società è fatta per dare spago
5:33
alla violenza! E allora violenza produce violenza, non c’è
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niente da fare. Per questo anche il mio essere vegetariano
5:41
è una scelta morale. Ma come si può allevare
5:45
la vita per ucciderla e mangiarsela?
5:50
Come si può tenere
5:53
in delle spaventose spaventose gabbie
5:58
migliaia, migliaia e migliaia di polli
6:01
a cui si deve tagliare il becco perché non becchino,
6:04
impazzite come sono, le galline che ti stanno avanti?
6:09
Come si può allevare un vitello,
6:13
che è bello, un piccolo vitello,
6:16
chiuderlo in una scatola di ferro, in una gabbia
6:20
di ferro, perché cresca anchilosato dentro e la sua carne
6:24
rimanga bianca? Tutto per ingrassare.
6:29
Tutto perché possiamo avere anche noi…
6:32
parte di questa realtà ce la possiamo mangiare.
6:37
Hai mai sentito gli urli
6:41
di un macello di maiali? E come puoi
6:44
mangiare maiale poi? Impossibile.
6:56
Sai, queste sono
7:00
cose che qui in questo paesino, Orsigna, fanno molto
7:03
senso perché come ti dicevo questo posto è
7:07
un posto di ultima magia. Allora vedi quel nocio?
7:10
Per me ci sono sempre le streghe su quel nocio.
7:13
Ce n’era una stupenda. La chiamavano mille toppe
7:17
perché si sposò con un vestito bianco e non se lo tolse
7:23
mai per tutta la vita, ne lo lavò.
7:27
Ricuciva.
7:30
Era una delle streghe. E chissà
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qual era la storia dietro. Lei non ebbe mai figli,
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era stata a servizio a Firenze da un signore
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il quale forse se n’era anche approfittato, per cui
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lei aveva perso quel senso di
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dignità che lei aveva e doveva scontare
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vivendo col vestito di nozze
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bianco che poi diventò grigio e poi nero
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e poi mille toppe.
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Sai, l’umanità è un’altra. Quell’umanità
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era diversa; il marito di quella donna,
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da cui comprai quella terra, recitava
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a memoria la Gerusalemme liberata, la sapeva
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a memoria. E non che l’avesse letta, l’aveva sentita.
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Vedi, noi pensiamo
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sempre che gli alberi
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sono cose che si possono tagliare, che
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si può far legna. Allora a questo ho messo gli occhi.
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Sono occhi indiani, perché
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li mettono sulle pietre. Perché
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se Dio è dovunque, per renderlo visibile
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a una mente semplice bisogna che c’abbia degli occhi, che sia
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come un umano. Allora ho portato dall’India questi occhi e li ho messi
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a quest’albero e li ho messi per mio nipote
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così che gli potevo spiegare che quest’albero ha vita, c’ha gli occhi come noi,
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e che non è che si può tagliare così impunemente,
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che lui ha una sua logica di essere qui, che tutto
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ha il diritto a vivere, anche quest’albero.
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E se proprio un giorno andrà tagliato perché cade sulla casa
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o qualcosa bisognerà almeno parlargli, chiedergli scusa.

#4:

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È stato un momento drammatico.
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Mi ero isolato, facevo l’eremita.
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Non volevo più scrivere
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ma mi pareva questa volta infingardo,
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codardo non prendere posizione su una cosa così importante.
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Per me l’undici settembre…
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Diciamo così, io ho avuto una grande fortuna nella vita,
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ho sempre sentito
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quando la storia mi passava dinnanzi.
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Istinto.
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Stavo su una spedizione nell’Unione Sovietica lungo un grande fiume Amur
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quando alla BBC ho sentito che c’era un colpo
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contro Gorbachov. Ho capito che qui cambiava la storia,
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che non andavo più in una spedizione
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e l’ho lasciata e ho fatto questo grande viaggio da solo
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attraverso l’Asia centrale e ho scritto „Buonanotte signor Lenin”.
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A Seigon l’arrivo dei Vietcong e dei comunisti,
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a Seigon, era un turning point
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era una svolta nella storia e non potevo
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che farne il testimone.
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Bene. L’11 settembre per me mi ha colpito proprio al petto,
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non soltanto per l’orrore che ovvio era su tutti gli schermi
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che ho visto, rivisto e rivisto mille volte,
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ma perché ho avuto la sensazione che era un momento
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di grande importanza storica per l’umanità.
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Perché mi pareva, e non sono convinto ancora
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che non avessi un po’ di ragione, che potesse essere
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il momento di una grande ripensamento, che dinnanzi
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a questo orrore che proprio grazie alla tecnologia
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arrivava nelle case di tutti, agli occhi di tutti,
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che non era una cosa di cui si sentiva dire,
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l’uomo, l’umanità potesse riflettere profondamente sulla sua condizione.
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Io stavo per tornare nell’Himalaya,
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avevo già fatto le valigie.
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Mi pareva ingiusto, mi pareva proprio
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come abdicare al mio senso di tutta la mia vita
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che è stata quella di coinvolgermi nelle grandi storie
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e allora mi sono rimesso in viaggio.
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Non ero più giornalista; non dovevo fare il pezzo di 120 righe
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che comincia in un certo modo.
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E infatti come hai visto ho scritto delle lettere
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contro la guerra. Non contro questa guerra che stava per venire
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ma contro tutte le guerre finalmente, perché dopo aver fatto
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per tutta la vita il corrispondente di guerra
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mi pareva fosse venuto il momento di dire che in verità
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mi sentivo ormai un uomo di pace.
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Proprio perché le guerre le ho viste.
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Ho visto i morti, i corpi martoriati, i villaggi distrutti,
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i cadaveri abbandonati sul bordo della strada
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a gonfiare e ad esser mangiati dalle mosche.
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Allora mi sono rimesso in viaggio,
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lentamente,
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con il mio piccolo computerino
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e ho fatto… e ho scritto queste lettere per mio nipote,
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quello stesso per il quale ho messo gli occhi all’albero,
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perché un giorno
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dovrà decidere fra la pace e la guerra
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e secondo me la non violenza è l’unica chance
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che l’umanità ha di sopravvivere.
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Tu sai, io lo scrivevo una volta nel
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„Un indovino mi disse”.
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Mi piaceva l’idea che i problemi del’umanità
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potessero essere risolti un giorno da una congiura di poeti.
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Un piccolo gruppo si prepara a prendere le sorti del mondo.
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Perché solo dei poeti ormai,
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solo della gente che lascia il cuore volare,
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che lascia la propria fantasia senza la pesantezza del quotidiano,
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è capace di pensare diversamente;
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ed è questo di cui oggi avremmo bisogno, pensare diversamente.
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Non si può combattere il terrorismo uccidendo i terroristi,
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non serve a niente. Più terroristi nascono ora di quanti
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ne nascessero prima del 11 settembre.
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Per cui non potevo tornare nell’Himalaya a guardarmi l’ombelico.
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Ci sono tornato poi.
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L’ultima lettera è scritta dalla mia benamata
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baita nell’Himalaya. Ma dopo esser tornato nel mondo
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e riguardarlo con gli occhi di un vecchio
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che non ha più voglia di raccontarsi delle balle
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e che proprio perché non ha paura di essere preso per matto
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dice che la violenza si combatte con l’amore.
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I politologi, questi vecchi.
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Un vecchio vanesio fiorentino, come il professor Sartori.
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Quello che citavi al corriere, il Piero Stellino.
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I vari Mario Pirani.
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Tutti questi soloni che hanno visto il mondo che hanno commentato
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“Terzani è un utopista, la follia!”
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Benissimo, e quella è la loro utopia, quella è la loro follia.
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Vecchi! Vecchi che non sanno pensare nuovo!
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E sai dove ho incontrato i più meravigliosi ascoltatori? Fra i giovani.
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Questa è un’altra Italia. E questa è un’Italia… un’Italia?
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Un umanità sulla quale forse forse c’è ancora da sperare
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si possa costruire un diverso mondo e un mondo migliore per tutti.
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Ma che siamo americani? Io non sono Americano,
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io sono europeo dalla cima dei miei capelli ai miei piedi.
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Noi europei abbiamo ormai uno strano complesso d’inferiorità,
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di devozione verso l’America.
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Che è spiegabile anche dico, perché, somma,
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la seconda guerra mondiale, la fine del comunismo, la fine del fascismo, del nazismo e così via.
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Si dimentica sempre poi che accanto agli americani c’erano i sovietici,
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perché l’Europa e il nazismo non sarebbe finito se non fossero morti 20 milioni di sovietici
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in quella stessa guerra, no?
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Però noi ce l’abbiamo questo complesso
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e dire a uno “Ma tu sei antiamericano?” è come dirgli “Ma tu c’hai la mamma che fa la prostituta?”.
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Ma cosa vuol dire questo? Che io non mi posso permettere di dire che oggi questa puzzona d’America
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fa una politica spaventosa, che riporta la nostra civiltà indietro di centinaia di anni
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e che ha iniziato un processo di decivilizzazione dell’umanità che pagheremo carissimo?
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Un esempio: la tortura.
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Beccaria, nostro Beccaria, nostro. Non Americano. Nostro, italiano Beccaria!
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Europeo Beccaria! È arrivato alla conclusione che non si può torturare, mai!
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Bene, passano dei secoli e ora gli americani dicono “Beh, somma,
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no certo non si può torturare. Ma nel caso in cui si chiappi uno che potrebbe sapere una cosa,
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eh, bisogna torturarlo”.
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E allora? Dove va il principio?
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Dov’è il tabù? Dove finisce il principio?

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